Medici di famiglia, la soluzione è davvero la dipendenza? - 6 giugno 2023

I pro e i contro dell’abbandonare la convenzione

Il rapporto di convenzione libero-professionale tra lo Stato e i medici di famiglia esiste da quando è stato creato il Sistema sanitario nazionale, nel 1978. Nel corso degli ultimi 45 anni questo rapporto tra medici di famiglia convenzionati (e quindi non dipendenti) e aziende sanitarie locali è stato più volte messo in discussione, e spesso ci si è domandati se non sarebbe meglio far diventare i medici di medicina generale dipendenti pubblici, come è ad esempio per il personale ospedaliero.
La più recente riproposizione di questa idea è stata fatta anche dal Ministro della Salute Schillaci, che ha dichiarato di stare valutando l’ipotesi in vista anche del ruolo importantissimo che i medici di medicina generale avranno dopo il PNRR. Questi professionisti saranno infatti il vero snodo dell’assistenza sanitaria territoriale, dato che sono sia i primi decisori della presa in carico del cittadino che i coordinatori di quella squadra di professionisti sanitari che lavoreranno insieme per fornire ai pazienti una risposta integrata ai bisogni di salute. C’è quindi chi dice che questi professionisti così importanti devono essere del tutto integrati nel servizio sanitario: quindi non possono che essere dipendenti statali. Ma è davvero così?
Nel corso dei decenni i medici di famiglia convenzionati hanno saputo costruire una rete capillare e diffusa di ambulatori che nessuna struttura pubblica potrebbe replicare con la stessa efficacia, PNRR o non PNRR. Una rete che ha saputo assicurare un presidio sanitario efficace e di prossimità nelle migliaia di piccoli borghi e frazioni che compongono il territorio italiano, dove allo stesso tempo l’aritmetica dei conti pubblici ha spesso costretto a chiusure indiscriminate di strutture pubbliche. E l’attuale crisi del servizio dei medici di medicina generale non è dovuta a una loro preparazione insufficiente o al rapporto di convenzione, ma al fatto che non si è fatta una programmazione efficace per assicurare che il loro numero rimanesse costante nel tempo. Inoltre fare il medico di famiglia è una carriera sempre meno attrattiva rispetto ad altre nel Sistema sanitario nazionale, col risultato che non solo ce ne sono sempre meno, a causa del saldo negativo tra pensionamenti ed entrate in ruolo, ma che i neolaureati italiani scelgono altre carriere.
Smantellare questa rete di prossimità per sostituirla con quella di Case e Ospedali di Comunità, infine, vorrebbe dire privare i cittadini di un punto di riferimento a loro vicino e che si basa su un rapporto di fiducia reciproca: se i medici di famiglia diventassero dipendenti statali, infatti, non solo i cittadini dovrebbero con ogni probabilità spostarsi più a lungo e più spesso ma non potrebbero più cambiare il medico a loro assegnato. Per non parlare dei costi aggiuntivi che questo comporterebbe per le casse dello Stato, che sarebbero strutturali (quindi da pagare ogni anno) e che oggi, invece, vengono sostenuti in proprio dai medici di famiglia.
Tutti fattori da valutare molto attentamente sia per evitare contenziosi, che possono creare una vera paralisi di sistema, che soprattutto per il bene dei cittadini: stravolgere dall’oggi al domani un sistema rodato rischia infatti di creare più problemi di quanti non ne risolverebbe e potrebbe ulteriormente ridurre la qualità dei servizi offerti ai cittadini non solo dai medici di famiglia, ma dall’intero Servizio sanitario nazionale.

 

(Photo credits: Tima Miroschnichenko/Pexels)

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